Gratis online il corso di fotografia di Harvard!


Se seguite almeno un pochino questo blog, avrete notato che amo molto fotografare ciò che mi circonda e riproporlo qui dopo aver pubblicato i miei scatti su Instagram. La fotografia non è il mio hobby (nè tantomeno il mio lavoro), ma è un campo che inizia ad interessarmi… Cercando degli articoli che potessero darmi almeno un’infarinata sull’argomento, sono capitata su questa notizia del 16 gennaio scorso:

L’intero corso di fotografia di Harvard è disponibile online gratuitamente.

In breve, la celebre Università di Harvard ha pubblicato online un intero corso di fotografia, diviso in 12 moduli, rendendolo accessibile gratuitamente a tutti. Per potervi accedere potete usare anche un account social e se raggiungerete almeno l’80% di risposte esatte in ogni modulo potrete anche ricevere anche un diploma ufficiale.

In bocca al lupo a chi vi si cimenterà!

Memorie di una Geisha [Arthur Golden]

Un libro molto famoso, da tempo in wishlist ed acquistato poco tempo fa: è arrivato il suo turno!

Una foto pubblicata da Mik (@meekhayla) in data:


Memorie di una Geisha

Trama: Circondate da un’aura di mistero, le geishe hanno sempre esercitato sugli occidentali un’attrazione quasi irresistibile. Ma chi sono in realtà queste donne? A tutte le domande che queste figure leggendarie suscitano, Arthur Golden ha risposto con un romanzo, profondamente documentato, che conserva tutta l’immediatezza e l’emozione di una storia vera. Che cosa significa essere una geisha lo apprendiamo così dalla voce di Sayuri che ci racconta la sua storia: l’infanzia, il rapimento, l’addestramento, la disciplina – tutte le vicende che, sullo sfondo del Giappone del ‘900, l’hanno condotta a diventare la geisha più famosa e ricercata. Un romanzo avvincente e toccante, di rara sensibilità e ricchezza, coronato da uno straordinario ritratto femminile e dalla sua voce indimenticabile.
Autore: Arthur Golden
Pubblicazione: 01 Gennaio 2008
Titolo originale: Memoirs of a Geisha
Numero di pagine: 571
Editore: Tea
ISBN: 9788850217182
Prezzo: da 7,50 €

Foto di Mik #13 [Cold Times]

Anticipiamo ad oggi il giorno della foto perchè lo scatto in questione sembra sia venuto particolarmente bene, tanto che è stato scelto da Fotografando l’Italia per essere inserita nella gallery. Ecco qua:

Una foto pubblicata da Mik (@meekhayla) in data:



Ed ecco lo screen della gallery di Fotografando l’Italia, dove è stato effettuato il cosiddetto repost (guardatelo su Instagram) della mia foto:



questo è il secondo scatto che in poco tempo viene scelto da altri utenti Instagram… Il primo da Instagram è finito su CultMarche, un portale dedicato alle Marche.
Mi fa piacere e mi diverte, soprattutto perchè fare foto da inserire sul mio account Instagram è giusto un passatempo e perchè dà più soddisfazione che pubblicarle su Facebook!

Sopravvissuto? Te lo dico io come si affronta la tragedia!

La mia faccia quando leggo certi commenti/post.

Lo scorso 24 Gennaio Next quotidiano pubblica questo articolo: La valanga di insulti a Giorgia Galassi, la sopravvissuta dell’hotel Rigopiano, “grazie” al quale scopriamo che i mentecatti non riposano mai, nemmeno nel pretendere di dare lezioni di vita ad una ragazza scampata alla morte per un pelo.
Forse sono io che sbaglio a stupirmi. Dopo questo lampo di consapevolezza, torniamo a noi.
Sulla pagina FB di Next, l’articolo viene anticipato dalle parole:

Come se non bastasse l’aver vissuto il dramma di essere rimasta sepolta viva sotto metri di neve e macerie per due giorni e mezzo ora Giorgia Galassi, una delle sopravvissute dell’hotel Rigopiano, deve sopportare le rimostranze e le critiche di quelli che le spiegano come gioire dopo aver scoperto di essere ancora vivi

e tu immagini solo commenti di solidarietà.
Ma immagini male. Già.
In tempo zero infatti si palesa una degna rappresentante della categoria di persone cui è rivolto l’articolo:

La censura è necessaria perchè io eviti rimostranze varie ed eventuali, anche se essendo post pubblici non sarei tenuta a farlo. La responsabilità è di chi scrive, non mia che vi faccio pubblicità.
Mi è venuto un po’ di prurito alle mani e siamo arrivate a questa gradevolissimissima conversazione:

Niente, il rispetto per il dolore degli altri dimostrato da Luisa mi commuove sinceramente.
Poi ho deciso che non avevo ancora visto troppi ammassi schifosi di parole e ho dato un’occhiata alle condivisioni dei post. Alcune sono pubbliche: posso continuare ad acculturarmi in entomologia! Ed ecco che ti scovo un’altra fantastica personcina:

Capito? Se dopo essere sopravvissuti continuate ad usare i social siete solo degli esibizionisti e dovete tenervi gli insulti!
Carla, Luisa e tutti gli altri vostri simili vi auguro di non dover mai sopravvivere a nulla, nonostante io sia curiosa come una scimmia di sapere come reagireste!

Vi assicuro che è tutto vero, ma se volete verificare ed acculturarvi ancora un po’, vi basta partire da qui.

“Se fosse vero”

Screen di post pubblici, adeguatamente resi irriconoscibili per evitare grane.

Ultimamente ho avuto l’impressione che la formula del “Se fosse vero” si stia ripresentando più frequentemente a corredo di notizie perlomeno controverse (e quasi sempre bufale, spesso molto grossolane). In particolare, si tratta di notizie riguardanti “nuove leggi” e gli immigrati (sui maltrattamenti animali – sì, ci sono bufale anche lì – ancora no, si va di insulto libero, dando per scontato che la notizia sia vera).
Mi sono chiesta se fosse un’impressione dovuta alla mia sola lista amici (con gli amici di amici inclusi) o se fosse un qualcosa di più generalizzato. Così, non avendo al momento nient’altro da fare (a volte il tempo libero è una brutta cosa), ho fatto un’operazione semplicissima:
barra di ricerca ➡️️ digitare “se fosse vero” ➡️️ click sulla lente d’ingrandimento ➡️️ click sulla voce “Recenti”
Una caterva di post a commento di bufale iniziavano o contenevano questa formuletta magica.
E sorvoliamo sulla grammatica di questi post (se volete approfondire il discorso, fate una ricerca: ci sono fiumi di articoli).
Quello che io mi chiedo non è se ci fate o ci siete?, no, quelli che ci fanno sono facilmente distinguibili da quelli che ci sono… La mia domanda è: posso essere ottimista? Lo scrivete perchè veramente inizia a venirvi qualche dubbio, anche minuscolo, che tutto quello che gira su Facebook non sia esattamente sempre vero verissimo? Oppure devo ancora riferirmi al famosissimo Rasoio di Occam (link per chi non sa di cosa sto parlando), cioè che molto semplicemente lo scrivete giusto per pararvi il popò nel caso stiate facendo una figuraccia?

Per il secondo caso, vi svelo un segreto: la figuraccia la fate ugualmente. Anzi, forse è peggio: se avete un dubbio, non condividete perchè vi prude il dito, ma cercate prima in rete altri riferimenti. E se avete già condiviso la bufala, potete comunque rimediare eliminando il post. Non è difficile.

Chi commenta per primo commenta due volte (o forse no…)

Andate e commentate la qualunque!

Quella macchina là devi metterla qua
Ho pensato solo io ad un esempio di auto-accusa da manuale?

Perché sempre questa fretta di dire la propria, anche se ciò porta all’auto-denuncia?
Da tempo mi ritrovo a pensare che ormai molti commentino solo per il gusto di criticare/lamentarsi, anche a sproposito/a torto, senza realmente leggere, capire e quindi riflettere un attimo.
Io non ci trovo nulla di social in questa continua gara a chi spara la sentenza per primo e soprattutto la trovo priva di senso. Commentare e contribuire ad una discussione dovrebbe essere soprattutto uno scambio ed un confronto tra punti di vista diversi, non necessariamente opposti. Poi ovviamente la battuta e gli sfottò ci stanno tutti, come avviene naturalmente tra parti più o meno contrapposte.
Invece è quasi sempre uno scontro tra leoni da tastiera appartenenti alle fazioni più diverse, l’una il negativo dell’altra. L’importante non è apportare nuovi spunti, ma più semplicemente è partecipare alla mischia ed alimentare lo scontro, anche a costo di scrivere gigantesche castronerie… e lasciamo perdere come sono scritte le varie “opinioni”. In generale, ho l’impressione che una scarsa conoscenza della grammatica sia direttamente proporzionale all’ignoranza ed all’aggressività del commentatore.
Ecco, forse l’unica cosa a posto nel mio screen è proprio la grammatica!

Acquisto più libri di quelli che potrò mai leggere

Mi sono imbattuta in un articolo del 2014, Perché compro libri in modo compulsivo: ripropongo il testo integralmente qui, dato che rispecchia la mia situazione al 100%! La mia reazione è stata semplicemente: “Che bello, non sono sola!”

Buona lettura!


Giorni fa ho letto l’accumulo di Alessandro Girola, un post che parlava dell’accumulo di libri, tanti, più di quelli che si possa riuscire a leggere. Mi sono trovato coinvolto perché vivo da anni nella stessa situazione.

Tempo fa ho fatto un rapido calcolo, considerando una media di libri che riesco a leggere in un anno – dal 2011 sono circa 43 l’anno – e quanti me ne mancano da leggere – numero che però aumenta ogni mese e talvolta ogni settimana. Insomma, non comprando altri libri, mi occorreranno 23 anni per leggerli tutti. Ovviamente supponendo di campare fino a quel giorno. Ah, non ho considerato qualche decina di ebook.

Se non li compro subito, poi finiscono
Questo è stato il mio pensiero per diverso tempo, da quando ho iniziato a leggere molto. I classici antichi e moderni si trovano sempre, perché vengono continuamente ristampati ed esistono parecchie edizioni. Ma i romanzi moderni? Quelli no, quelli finiscono prima o poi.
Non so se sia vero, però la percezione che ho, appena esce un romanzo che può interessarmi, è proprio questa: quel libro adesso c’è, lo vedo, ma fra un anno sarà sparito da tutte le librerie.
Non è vero, o almeno non lo è per la stragrande maggioranza dei libri. Ma tant’è: io me l’accatto, ché non si sa mai.

Comprare libri è un antidepressivo
E anche leggerli, certo. Ma anche per me comprare libri significa colmare un vuoto non materiale, un vuoto fatto di continue insoddisfazioni esistenziali, e allora quell’acquisto compulsivo di libri tampona per breve tempo ferite che poi riprendono a sanguinare.
Il tempo di aprire il pacco, rigirare fra le mani ogni libro, aprirlo, sentirne l’odore – sì, io sono uno di quelli che annusa ogni oggetto che compra – sfogliarlo, leggere qualche brano per assaggiarlo, come assaggeresti un cibo, aggiornare l’elenco dei libri e trovare spazio sugli scaffali stracolmi.
Poi torna tutto come prima. E ricominci allora a segnare sulla Lista desideri i nuovi libri che trovi in rete, qui e là, prima di fare un nuovo acquisto. Il cerchio infinito.

Guardare i libri fa bene alla salute
E anche leggerli, certo. Però mi sono accorto da tempo che questo accumulo sfrenato mira a un obiettivo quasi inconsapevole: quello di avere un’intera stanza adibita a libreria, con un tavolo al centro e tutto intorno scaffali pieni di libri fino al soffitto e magari una di quelle scale che si vedono nei film, quelle con le ruote che sposti lungo la libreria.
Così ti siedi al tavolo, che diventa una specie di studio, dove te ne stai a leggere e scrivere fuori dal mondo, ché tanto è sempre pieno delle solite chiacchiere. Ecco, mi fermo a guardare i miei libri, li osservo, ogni tanto capita anche che ne scopra qualcuno che avevo dimenticato e allora dico “Ma guarda, ho anche l’Orlando furioso” e mi chiedo quando cavolo l’ho comprato ché proprio non mi torna in testa.
Infatti mi ritrovo con una decina di libri doppi proprio per non essermi ricordato di averli già…

L’emozione dell’attesa
Ma vogliamo parlare di cosa si provi aspettando il pacco di libri? Dal momento dell’ordine inizia l’attesa: l’email di conferma, l’avviso di spedizione, il tracciamento del pacco, il citofono che suona: “C’è un pacco per Daniele”, che suona un po’ come “È arrivata un’altra fregatura per Daniele”, ma invece è il pacco pieno di libri.
Insomma, ogni acquisto di libri ti fa tornare indietro a quando scartavi regali da bambino sotto l’albero di Natale. Ecco perché li compro più online che in libreria – no, non è vero: online li pago meno.

Perché compro libri in modo compulsivo
Perché è l’unica cosa che mi fa stare bene.