Parole O_Stili: social networks e potere delle parole

In questi giorni si sta tenendo a Trieste Parole O_Stili, due giornate (17 e 18 febbraio) di lavoro e di confronto sul potere delle parole sui social media. Il fil rouge degli incontri è un proverbio: La ferita provocata da una parola non guarisce. Fil rouge che collega fra loro i 9 panel di questa manifestazione.
I creatori di Parole O_Stili descrivono così la nascita dell’iniziativa:

Parole O_Stili è nato dal sudore di considerazioni estive di alcuni di noi. Considerazioni molto lontane dalle chiacchiere sotto l’ombrellone, ma rinfrescanti quanto un tuffo a ferragosto. Le amicizie in rete permettono infatti anche questo: condividere offline le proprie fatiche online. Se mettiamo insieme la paura di cadere nelle trappole della rete, di non riuscire a ”porgere l’altro tweet”, di essere in difficoltà ad essere se stessi, di non avere più la voglia di confrontarsi perché c’è sempre un troll dietro l’angolo… ecco svelato l’origine di questo movimento di idee. Perché per noi le relazioni hanno il profumo del rispetto.

Tutto questo ha portato anche alla definizione del Manifesto della comunicazione non ostile, che potete firmare e condividere su Facebook:

I 9 panel che compongono Parole O_Stili sono:

  • Social Media e scritture – Perché azioni disruptive di marketing devono saper mantenere una linea coerente di rispetto delle idee e delle persone.
  • Giornalismo e mass media – Perché il giornalismo deve rappresentare un baluardo del rispetto e del corretto uso della parola.
  • Viaggi, sport e divertimento – Perché anche per promuovere luoghi, esperienze e incontri ci vuole sensibilità.
  • Politica e legge – Perché soprattutto in politica non si può fare dell’insulto e del turpiloquio una consuetudine di linguaggio.
  • Business ed Advertising – Perché ci sono valori non negoziabili che valgono anche per i brand.
  • In nome di Dio – Che sia il dio vegano, denaro o mussulmano, è un attimo e le barricate sono già erette, alte e invalicabili. Invece è importante rimanere in ascolto, riconoscere e accettare anche ciò che è diverso da noi, usare parole semplici che arrivino dritte al cuore.
  • Giovani e digitale – Perché dobbiamo capire il loro linguaggio: senza filtri, incalzante, spesso scomodo ma ricco di mondi da valorizzare.
  • Bufale e algoritmi – Bufale, disinformazione, bolle personalizzate sono alcuni dei nuovi mostri generati o amplificati da algoritmi e meccanismi selettivi di social network e motori di ricerca.
  • Bambini e social media – Perchè sono i comunicatori di domani e stanno crescendo in una giungla digitale sempre più estrema. E il gap con i genitori diventa una voragine.

Per chi non si trova nei dintorni o in ogni caso non può partecipare ai vari panel, potete seguire Parole O_Stili guardando lo streaming!

Oltre al sito web, potete seguire Parole O_Stili anche sul loro blog, Facebook, Instagram e Twitter.

“Scatti in rete a caccia di consensi”

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“Scatti in rete a caccia di consensi” – I giovani snobbano i rischi e gli adulti danno il cattivo esempio.

Leggiamo l’analisi di Maura Manca, psicoterapeuta direttore del portale AdoleScienza.it

La molla è la “costante ricerca dell’approvazione”, unita a una “totale sottovalutazione del limite tra privato e pubblico” nel complesso rapporto tra giovanissimi, smartphone e mondo dei social.

C’è un utilizzo eccessivo dello strumento da parte degli adolescenti?
“Il problema è che sono costantemente connessi e comunicano sempre con chat, messaggistica istantanea, video, foto. E così spesso perdono le componenti relazionali ed emozionali che consentono di gestire meglio i rapporti.

Problema di tempo e di qualità quindi?
“Sì, per esempio è in crescita il fenomeno della connessione pressoché continua anche di notte. E questo peggiora la qualità del sonno, l’umore, la capacità di concentrazione”.

Cosa postano i ragazzi sui social?
“Di tutto. Per loro è normale condividere ciò che riguarda la vita quotidiana: mentre studiano, mentre sono in bagno, anche foto intime”.

Con una totale sottovalutazione dei pericoli.
“Purtroppo è così. Si parte dai challenge, dalle sfide nel nome del rischio o delle bevute alcoliche, si arriva alle immagini del proprio corpo. Tutto con un obiettivo principale: la ricerca di popolarità, di follower, di like. E senza la capacità di capire che quelle immagini possono in un attimo comparire nei telefonini di chiunque”.

Perché l’invio anche di immagini intime? Da cosa nasce?
“Si torna sempre al bisogno di approvazione, al pensiero che con quelle immagini si può conquistare l’altra persona. Ho seguito molti casi del genere: in alcuni cellulari di ragazzini ho trovato veri e propri database di immagini intime femminili. C’è uno scambio impressionante di materiale tra di loro”.

Ma come si può intervenire?
“Dobbiamo spiegare quali sono i rischi, mostrando casi concreti. Per esempio quando quegli scatti arrivano ai genitori o a un professore, la vergogna è massima. E bisogna far capire che dietro un’immagine virtuale, c’è sempre una persona reale. Non bisogna mai fidarsi, soprattutto quando parliamo di giovanissimi anche di 12-13 anni che hanno già il cellulare e profili social a tempo pieno. Vanno responsabilizzati ad un uso corretto”.

Con una riduzione dell’utilizzo?
“Anche, ma ormai è difficile eliminarlo. I ragazzi devono allora capire che hanno in mano uno strumento potentissimo, da usare in modo adeguato e non patologico”.

Gli adulti in cosa sbagliano?
“Spesso sono un pessimo esempio, perché sono i primi a vivere costantemente al telefono. Ma se passa il messaggio che quella è la normalità, per un adolescente sarà normale riversarvi tutta la propria esistenza”.

[fonte: Una vita da social]