Di pensieri e di vizi

Scrivo e cancello, scrivo e cancello.
Succede ogni volta che mi viene in mente di scrivere qualcosa di più personale, che sia diverso dai soliti post di questo blog. Qualcosa che parli un po’ di me.
Non mi convincono le parole, le frasi, i periodi, la punteggiatura. La grammatica. Non mi convince mai nulla.
I titoli sono la parte più difficile, come si fa a trovare quelle cinque o sei parole non dico perfette, ma che siano almeno un po’ coerenti col mucchio che hanno sotto di loro?
Cancello e riscrivo.
Scrivo veloce ma non abbastanza da star dietro a tutto ciò che mi viene in mente.
Non è che abbia pensieri così complicati, per nulla. Sono soltanto numerosi. E non riesco a starci dietro.
E mi incarto. Mi perdo. Salto da uno all’altro e poi ad un terzo, grazie a chissà quale collegamento.
Una cosa a cui penso più spesso, ultimamente, è che forse dovrei iniziare a fumare, per aver qualcosa da fare mentre aspetto. Non lo faccio mai perché mi trattengono tante cose: non ho i soldi, faccio sport e quel poco fiato che ho devo tenermelo stretto, ho provato a fare un tiro due volte e a momenti soffoco mentre faccio una figura marrone…
Più facile fare amicizia con l’alcol. Non capisco nulla di vini, liquori, birre e cocktail. L’importante è che abbia un buon sapore e un buon grado alcolico. Tipo sono molto amica del prosecco. E poi dei bianchi frizzanti in generale. Birra pochissima, a volte limoncello o vodka alla pesca, ma si può fare di meglio con Long Island o Vodka Redbull.
Certo, bisogna poi essere dell’umore adatto. Bisogna essere almeno tranquilli, se non è il momento di essere allegri oppure non si è sereni. La tristezza alcolica è micidiale. Figuracce che in un modo o nell’altro restano impresse per sempre e l’unico modo per sminuirle è riderci su. Riderci su per primi.
La chiave è l’autoironia. Sempre e ovunque, l’autoironia è il salvagente. Il miglior salvagente a disposizione.

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